venerdì 30 settembre 2016

L'università in inglese, a Milano

Durante il quinto anno di liceo si suppone la tua angoscia maggiore sia il sempre più vicino esame di maturità di Giugno, lo studio che comporta, l'ansia da sconfiggere, l'ostacolo da superare una volta per tutte. 

Per me, l'unica angoscia, se così si può definire, di quei mesi fu la scelta dell'università. Sapevo che in Italia le private, e in America i college, avevano tempistiche piuttosto anticipate per le iscrizioni delle matricole, quindi volevo muovermi per tempo per non lasciarmi sfuggire nessuna occasione che si poteva presentare. E' stato difficile scegliere tra giurisprudenza ed economia, inizialmente, per il semplice fatto che avevo ancora le idee confuse su come mi vedevo nel mio futuro (e un po' le ho anche adesso); poi, sul resto, non ho esitato neanche un attimo. 

America: no. Forse un exchange durante l'università o qualche esperienza prima o dopo la specialistica, ma per il resto, no. No, no, perché non è il mio posto nel mondo, questo l'ho capito tanti mesi fa, e certo, ci tornerei a riprendermi i pezzetti di cuore che ci ho lasciato, ma non potrei stare lì di nuovo per più di 5-6 mesi probabilmente. Se non uscendone stanca, e anche abbastanza stufa. 

Europa: neanche. Tornata da Minneapolis avevo voglia di stare un po' vicino casa, o perlomeno di sentire casa vicino, come rassicurazione, o come certezza. Copenhagen, Amsterdam, per dirne alcune, per quanto abbiamo delle bellissime università a prezzi competitivi, le vedevo già troppo lontane per i miei standard del momento. Comportavano di nuovo tanti voli da prendere, pacchi da spedire, ambienti sconosciuti e grandi avventure. 

Per quanto sia la più grande amante dei nuovi inizi e di qualsiasi avventura che mi metta alla prova, avevo semplicemente voglia di Italia. Di casa. 

Ho pensato, e perché non studiare economia in inglese pur restando in Italia, in un contesto internazionale, ma vicino a casa. 

E così: Milano. Per me vicino casa, per altri un po' di meno, ma sono punti di vista. 

Bachelor in International Economics and Management. Una facoltà per il 50% frequentata da studenti internazionali, un ambiente multietnico, vario davvero, dove ti senti spaesato ed immerso al tempo stesso. 
Sento parlare in aula in attesa del professore 4-5 lingue diverse da ogni direzione in cui mi giro. Il mio compagno di banco del giorno potrebbe essere di qualsiasi nazionalità. Provo a chiedere. Belga, mi dice. E lei? Lei è del Libano. 
Una ragazza la scorsa settimana mi ha chiesto gli appunti. E' mezza Spagnola, ma è nata in Colombia, e ha vissuto a Dubai, poi in Svizzera, un po' a Milano, con suo padre in Canada. Credo sia molto confusa, non deve essere facile da spiegare e nemmeno da vivere. 
Vedo una ragazza asiatica sola a lezione di Management. Mi avvicino. Alla mia presentazione in inglese lei risponde ''ciao, piacere, Giorgia, sono di Milano''. Giorgia, con gli occhi a mandorla e la carnagione cinese, è più italiana di me. 

Vado dalla professoressa a fine lezione, so che lei almeno è italiana, lo capisco dal suo cognome. Devo farle una domanda, ma in che lingua? Provo in italiano. Lei risponde ma non capisco niente, usa termini mai sentiti, vedo anche lei un po' in difficoltà. E a un certo punto: mi scusi professoressa can we switch back to english? I find it easier at this point!

Sorride. Non sa neanche lei dove siamo capitati. Siamo sicuri che sono a Milano?


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